Rimborsi fiscali: l’Agenzia delle Entrate restituirà il costo delle fideiussioni IVA

28 Aprile 2021 in Fisco

L’ottenimento di un rimborso IVA può rivelarsi particolarmente oneroso. Il legislatore italiano, infatti, per tutelare la propria posizione in sede di rimborso, richiede che il contribuente a credito fornisca una garanzia. Ai sensi dell’art. 38-bis, comma 5, del Decreto n. 633/1972, tale garanzia deve essere prestata per 3 anni dall’esecuzione del rimborso oppure, se inferiore, per il periodo mancante al termine di decadenza dell’accertamento. Essa può assumere diverse forme come, ad esempio, titoli di Stato o polizze fideiussorie rilasciate da istituti di credito e imprese assicurative.

Questi ultimi strumenti, in particolare, sono i più diffusi e, al contempo, offrono un’ottima garanzia all’Erario, grazie alla solvibilità dei soggetti emittenti (banche ed assicurazioni). Tuttavia, le polizze fideiussorie hanno un costo che, apparentemente, potrebbe scoraggiare il contribuente dall’effettuare richiesta di rimborso. Tali costi, unitamente alla generalizzata inerzia dell’Erario nell’erogazione dei rimborsi IVA, hanno da sempre esposto i soggetti passivi che operano in Italia ad eccessivi rischi finanziari.

Quali sono i rimedi a tali rischi finanziari?

Questa situazione si pone in aperto contrasto con i principi dell’Unione Europea e, in particolare, con il principio di neutralità fiscale sancito dalla Direttiva 2006/112/CE (o anche “Direttiva IVA”). È consolidato orientamento della Corte di Giustizia, infatti, che gli Stati Membri debbano garantire ai soggetti passivi il diritto a recuperare la totalità del credito IVA senza incorrere in alcun rischio finanziario (ex multiis causa C-387/16). L’eventuale svantaggio economico in cui è incorso il contribuente per l’ottenimento di un rimborso IVA deve sempre essere compensato con il pagamento di interessi (causa C-107/10).

Al riguardo, l’inerzia dell’Italia nell’adeguare le proprie procedure interne di rimborso agli standard imposti dalla Direttiva IVA ha costretto la Commissione Europea ad avviare una procedura di infrazione (n. 4080/2013, in relazione all’art. 138 della Direttiva IVA).

La chiusura della procedura di infrazione

Al fine di consentire la chiusura della procedura di infrazione, il legislatore ha introdotto una disposizione (art. 7 della L. 167/2017) in applicazione della quale ai soggetti che chiedono il rimborso dell’IVA è riconosciuto un ristoro forfetario dei costi sostenuti per la prestazione della garanzia. Più precisamente l’importo rimborsato dall’Erario è pari allo 0,15% dell’importo garantito per ogni anno di durata della garanzia.

Questioni aperte

La norma in esame presenta alcuni profili di dubbia compatibilità con il diritto unionale. Non sembra, infatti, giustificata la limitazione in via forfetaria (nella misura dello 0,15%) del diritto del soggetto passivo al ristoro dei costi sostenuti per l’ottenimento della garanzia.

Va, inoltre, sottolineato che l’ordinamento italiano già prevedeva una norma relativa al rimborso degli oneri fideiussori. L’art. 8, comma 4, dello Statuto del Contribuente, infatti, sancisce che “L’amministrazione finanziaria è tenuta a rimborsare il costo delle fideiussioni che il contribuente ha dovuto richiedere per ottenere la sospensione del pagamento o la rateizzazione o il rimborso dei tributi”. Sebbene il decreto attuativo previsto dallo stesso articolo non sia mai stato emanato, la giurisprudenza di merito (da ultimo la sentenza n. 4113 del 17 febbraio 2021) ha più volte valorizzato tale disposizione, confermando il diritto al ristoro del contribuente.

Tra i pregi di tale norma, si segnala l’assenza di limitazioni al diritto al rimborso degli oneri tributari, nonché la portata generale della stessa, poiché applicabile a qualsiasi tributo.

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Brexit e rimborsi IVA – ultime settimane per presentare le istanze di rimborso IVA

15 Marzo 2021 in Finanza e Mercati, Fisco

L’IVA è generalmente un’imposta “neutrale” per gli operatori economici. Talvolta il particolare tipo di attività svolto può determinare l’insorgenza di rilevanti crediti nei confronti dell’Erario che senza una efficiente procedura di rimborsi da parte delle amministrazioni finanziarie possono seriamente compromettere la razionale gestione del capitale circolante e della posizione di cassa delle società.

A tal scopo è stata emanata la Direttiva 2008/9/CE (recepita dal legislatore italiano con l’art. 38-bis.1 del D.P.R. 633/1972) che regola l’iter della richiesta di rimborso per i soggetti passivi UE che maturano un’eccedenza d’imposta in altro Stato Membro.

Le richieste di rimborso da parte di soggetti passivi stabiliti fuori dall’Unione Europea, invece,  soggiacciono alla procedura meno favorevole delineata dalla Direttiva 86/560/CEE (recepita dal legislatore italiano con l’art. 38 ter del D.P.R. 633/1972).

In questo contesto, la fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione Europea presenta nuove sfide per quelle società che, pur non essendo stabilite in Italia, effettuano operazioni soggette ad IVA tali per cui si trovano in posizione creditoria nei confronti del fisco italiano.

Quale procedura potevano instaurare soggetti passivi UK, al fine di ottenere un rimborso IVA dall’Amministrazione Finanziaria italiana, prima di Brexit?

In applicazione della Direttiva 2008/9/CE, un soggetto passivo stabilito in uno Stato Membro può presentare istanza ― nello Stato Membro di stabilimento ― per ottenere il rimborso dell’eccedenza IVA versata in qualsiasi altro Stato Membro (“Stato Membro di rimborso”). Le condizioni propedeutiche all’accesso di tale procedura sono relativamente semplici, infatti:

  • L’eventuale possesso di una partita IVA nello Stato Membro di rimborso non pregiudica l’accesso del soggetto passivo a tale procedura;
  • Non è necessario che i due Stati Membri abbiamo sottoscritto alcun accordo bilaterale.

L’erogazione del rimborso avviene in tempi mediamente più brevi per questi soggetti, anche grazie al monitoraggio effettuato dalla Commissione Europea. 

Cosa cambia con Brexit?

Con la fuoriuscita del Regno Unito dall’UE, i soggetti passivi stabiliti in UK che vantano un credito IVA nei confronti dell’Erario italiano non potranno più ottenerne il rimborso tramite la procedura di cui alla Direttiva 2008/9/CE. Le domande di rimborso UE, per effetto dell’art. 51, terzo comma, dell’Accordo di recesso del Regno Unito dall’Unione Europea, possono essere presentate (secondo la procedura di cui Direttiva 2008/9/CE) entro e non oltre il 31 marzo 2021 con riferimento al periodo d’imposta 2020.

Cosa succederà in futuro?

Il rimborso dell’IVA versata da soggetti inbound dal Regno Unito sarà regolato dalla direttiva 86/560/CEE.

Tale Direttiva concede agli Stati Membri la facoltà di subordinare il diritto al rimborso del soggetto passivo extra-UE alla concessione da parte dello Stato di stabilimento di diritti analoghi (c.d. clausola di reciprocità). Ad oggi, né l’Italia né l’Unione Europea hanno sottoscritto accordi di questo tipo con il Regno Unito.

I soggetti passivi UK non avranno diritto al rimborso dell’IVA versata in Italia ― e viceversa ― con riferimento agli acquisti di beni e servizi effettuati a partire dal 1° gennaio 2021, salvo stipula di diversi accordi.

E’ alto il rischio che le tempistiche di erogazione dei rimborsi IVA si dilatino anche qualora (come auspicabile) si dovesse giungere ad una specifica intesa.

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