Recessione economica in arrivo?

15 Settembre 2019 in Finanza e Mercati

È allarme recessione? Siamo abituati a parlare di “recessione” per indicare un momento in cui l’economia di un paese si trova in difficoltà, ma in realtà il termine ha un significato macroeconomico più circoscritto, che può essere utilizzato correttamente solo in determinati scenari.

La recessione è l’opposto della crescita economica, cioè lo sviluppo di un paese in diversi settori con aumento della ricchezza, dei consumi, della produzione di beni e di servizi.

A definirla è stato l’economista Julius Shiskin che nel 1974, in un articolo pubblicato sul New York Times, suggerì di prendere in considerazione l’andamento del PIL in due trimestri consecutivi: se il dato è negativo, allora ci si trova in una fase di recessione.

La recessione economica è imminente?

Pare che stia arrivando una nuova recessione economica, o meglio, sia già imminente.

In fin dei conti, gli esperti di macroeconomia ritengono che ci sia sempre una nuova recessione in atto: “il punto è che nessuno sa quando arriverà”.

Ogni economia capitalistica segue un trend ciclico costituito dall’alternarsi di momenti di crescita e di momenti di calo e di stagnazione.

Sono trascorsi poco più di dieci anni dall’ultima crisi, la grande recessione globale del biennio 2008-2009, e molti economisti ritengono che manchi poco all’arrivo della prossima.

Cosa si attendono gli esperti? Molti studiosi di macroeconomia prevedono che la prossima recessione economica sarà molto probabilmente un evento traumatico e imprevedibile.

Dopo una serie di episodi verificatisi nelle ultime settimane, ad alcuni ricercatori, la nuova recessione sembra addirittura già in atto o appena iniziata.

L’indicatore più allarmante per l’economia italiana è il rallentamento della Germania, la potenza economica più grande dell’Unione Europea e una tra le economie più virtuose.

Secondo gli ultimi dati ufficiali, nel secondo trimestre del corrente anno il PIL tedesco si è contratto dello 0,1 per cento rispetto al primo trimestre.

Ciò fa prevedere che nel 2019 il PIL tedesco crescerà probabilmente dello 0,5%, contro lo 0,9% stimato precedentemente e l’1,5% dello scorso anno.

Quali sono le cause che hanno portato a questo scenario macroeconomico poco roseo? Una delle cause principali di questo rallentamento economico è il trend negativo che sta vivendo il commercio globale a causa della guerra dei dazi tra i due giganti commerciali USA e Cina.

Dopo la Cina, il Presidente statunitense Donald Trump, alla vigilia del G7 di Biarritz, è tornato a minacciare dazi sui prodotti europei importati in America, soprattutto sulle auto dei brand del Vecchio Continente.

Trump guerra dazi

Il rischio di una guerra commerciale fra Stati Uniti d’America e continente europeo allarma le imprese che temono gli effetti negativi sul commercio e sulla crescita globale.

In fin dei conti, il commercio “a stelle e strisce” rappresenta per l’Europa probabilmente il più importante flusso di scambi e da esso dipende una parte significativa del surplus commerciale.

Si pensi che nonostante ci siano stati alcuni tentativi per aumentare la domanda domestica, l’economia della Germania dipende dalle esportazioni.

Come riporta l’Economist, quasi la metà del PIL tedesco è legato a ciò che il paese riesce a esportare, a fronte del 30 per cento del Regno Unito e del 12 per cento del PIL statunitense.

La guerra commerciale in atto e i rischi della Brexit potrebbero impattare negativamente sugli affari delle piccole e medie industrie tedesche.

Inoltre, non dimentichiamo che hanno inciso anche le nuove regole sui test per le emissioni delle nuove automobili sul rallentamento della superpotenza economica tedesca.

I vincoli normativi hanno complicato notevolmente la produzione e la commercializzazione di nuovi veicoli, con una riduzione del fatturato del settore automobilistico, tra i più importanti per l’economia della Germania.

Le previsioni economiche tedesche non sono per niente positive e l’instabilità della Germania ha un impatto determinante anche su tutti i paesi del Vecchio Continente, Italia in primis.

Il Belpaese, infatti, ha già avuto una breve e leggera recessione tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019: il comunicato stampa dell’ISTAT riporta quanto segue: “Nel quarto trimestre del 2018 si stima che il prodotto interno lordo (PIL), […] sia diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e sia aumentato dello 0,1% in termini tendenziali”.


Tasso di crescita PIL italiano dal 2007 al 2017 (Fonte Dati: Banca Mondiale)

Diamo per scontata una nuova contrazione del PIL italiano, […] il dato positivo è che non dipende da noi: la Cina, la Germania, che è il nostro primo paese per l’export. Dobbiamo guardare con entusiasmo alla crescita economica e siamo fiduciosi che nel corso del 2019 raggiungeremo gli obiettivi che ci siamo prefissi”, ha sottolineato Conte.

Sulla contrazione del PIL italiano pesano le incertezze internazionali particolarmente per i timori per l’economia globale derivanti dalle potenziali conseguenze di una guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti.

Sul caso italiano incidono anche alcuni fattori tipici legati alla crisi di Governo ed alle decisioni che potrebbero avere sui conti pubblici delle casse italiane e sul sistema bancario.

Come sarà la prossima recessione?

A spiegarlo è lo stesso Economist: “a dieci anni dalla crisi del 2008, la prossima fase del ciclo economico è imminente e non manca molto prima che il mondo debba fronteggiare una nuova recessione globale”.

economist recession

È quanto riporta l’Economist: “[…] è improbabile che la prossima recessione sia devastante come quella del 2008-2009 (la più grave dagli anni Trenta), ma non per questo bisogna restare sereni”.

Purtroppo, il Vecchio Continente, gli USA e il Giappone sono impreparati a fronteggiare una crisi economica, anche di piccole dimensioni.

Se nel biennio 2008-2009 la crisi scoppiò nelle banche di Wall Street, secondo il settimanale, la prossima crisi nascerà con ogni probabilità sui mercati emergenti.

La domanda che si pone l’Economist è: cosa faranno le banche centrali se dovesse scoppiare una nuova recessione? I tassi sono già al minimo e non possono essere ridotti ulteriormente.

A prescindere dalla soluzione adottata per stimolare l’economia, il problema è il suo costo politico e l’Unione Europea è ancora una volta la zona più vulnerabile, a causa delle resistenze crescenti a fare nuove spese.

Soluzioni alla crisi economica: come superare le avversità?

Il momento preciso di manifestazione della prossima crisi economica è sconosciuto, ma molti degli effetti sono già conosciuti: aumento dei crediti commerciali di difficile esigibilità, diminuzione degli ordinativi e redditività dei business in diminuzione.

La cessione dei crediti è una delle possibili difese cui sempre più imprese fanno ricorso rivolgendosi a società specializzate preposte all’acquisto ed alla riscossione di crediti. Il valore di un bilancio leggero aiuta a ridurre il rischio di rifinanziamento e, una volta trovato un acquirente per i propri crediti, i vantaggi a breve termine sono l’immediata liquidità ottenuta dalla vendita del credito e la diminuzione dei costi di recupero e gestione degli stessi.

Investimenti ESG: 73% meglio di quelli tradizionali

18 Giugno 2019 in Finanza e Mercati

La sostenibilità sta meritatamente trovando spazio all’interno degli investment criteria degli asset managers. Si incominciano a vedere i primi risultati.

Sostenibilità non solo ambientale, ma etica, sociale, di governance e finanziaria. Una parola che oggi ha trovato lo spazio che merita. E fa bene all’economia ed al rendimento.

Sono USD 220 miliardi investiti in oltre duecento fondi di investimento ad impatto sociale, uno scenario che cambia anche i rapporti e le scelte strategiche delle aziende.

Oltre a migliorare la reputazione delle società, la sostenibilità sta divenendo un aspetto premiante delle attività produttive. Includere nella costruzione e gestione del portafoglio i fattori ESG (Environmental, Social and Governance) produce effetti che sembrano ripagare a lungo termine.

Gli investimenti in ESG hanno avuto una crescita del 70% nell’ultimo triennio.

L’Europa è seconda solo agli Stati Uniti in termini di investimento sostenibile. Oltre alla salute finanziaria di una società, oggi emerge un nuovo metro di valutazione al quale gli azionisti sembrano molto attenti: la “ESG-proficiency”.

Le imprese sostenibili sono premiate dagli investitori, anche perché il mancato rispetto dell’ambiente ha costi -diretti ed indiretti- sempre più elevati. Le assicurazioni sono state negativamente impattate dai disastri ambientali (la cui frequenza è in aumento), ad esempio.

Uno studio tra Banor SIM e il Politecnico di Milano ha dimostrato che fra rating ESG e performance economica c’è un rapporto proporzionale, ovvero le società con alto rating ESG sono in media più competitive. Morningstar, in un recente studio realizzato da Dan Lefkovitz, ha analizzato alcuni benchmark proprietari confrontandoli con quelli tradizionali ed ha evidenziato che i primi battono i secondi con un tasso di successo del 73% ed hanno una minor volatilità: investono in aziende più solide, più competitive e con bilanci migliori.

Gli approcci ESG

Enviromental, Social, and Governance. Un approccio di lungo periodo che genera asset che hanno come obiettivi di investimento l’ambiente, il benessere della società e le pratiche di governance. Investitori sensibili prima di tutto ai rischi derivanti dal cambiamento climatico, l’emissione della CO2 e le nuove sfide dell’energia “green”.

Ma anche al benessere della società, ai diritti dell’uomo e del lavoro. I fattori ESG creano diverse strategie d’investimento collettivo in base agli obiettivi, ad esempio:

  • SRI: Fondi a responsabilità sociale, usare una strategia che esclude settori di investimento (ad esempio le armi e il tabacco), ma il legame rendimento-impatto sulla società e ambiente non è collegato;
  • Fondi impact investing: una strategia di investimento dove i risultati finanziari portano un contributo alla società (ambiente, diritti).

La pressione dell’opinione pubblica sta spingendo società finanziarie ed istituzioni ad aggiornare il proprio business.

Morningstar, ad esempio, ha deciso di utilizzare il termine ESG per indicare una nuova metodologia di rating dei fondi che ha l’obiettivo di valutare come una determinata società di gestione si approccia alle questioni ambientali, sociali e di governance.

L’ONU, da parte sua, ha promosso, nel 2006, i PRI (principles for responsible investment) che sono stati sottoscritti con accordo volontario da 1380 società dell’industria finanziaria per USD 59 mila miliardi di asset in gestione nel 2015. I temi ESG diventano così parte dei processi di investimento.

Investimenti sostenibili e crediti “green”

Oggi il dualismo tra l’investitore solo attento ai guadagni e il promotore di investimenti delle “buone azioni” è superato. Gli investimenti in sostenibilità sono aumentati anche tra gli investitori che in passato sono stati meno attenti a queste tematiche e rappresentano il 2% del totale.

La finanza può avere un ruolo fondamentale a vantaggio della sostenibilità fornendo capitale alle imprese che seguono la strada dell’economia circolare e, di conseguenza, sostenendo la salute del pianeta. Anche acquistando crediti per supportare la produzione di energia rinnovabile.

2R Capital, ad esempio, ha gestito la cessione di crediti legati alla produzione di energia rinnovabile e alla riduzione dell’impatto ambientale delle attività produttive per oltre euro 200 milioni. Investire nella direzione giusta può realmente conciliare la rendita, il benessere della società e la sostenibilità.

La cessione pro-soluto: liberarsi dal rischio di insolvenza e ottenere liquidità immediata

13 Giugno 2019 in Finanza e Mercati

Il factoring: un mercato in crescita che muove in Italia oltre euro 240 miliardi

In Italia, Il factoring è un mercato in grande crescita. In 8 anni, è passato da euro 140 miliardi a euro 240 miliardi, con una crescita nel 2018 dell’8,32%. Il nostro paese detiene il 14% del mercato europeo.

In Italia, il factoring vale euro 240 miliardi; l’Italia vale il 14% del mercato europeo

A livello globale, il factoring muove circa euro 2.730 miliardi, con una crescita media negli ultimi 10 anni di oltre il 7% p.a. Ad aprile di quest’anno, l’incremento è stato del 15,6% rispetto allo stesso mese dell’anno passato. In Italia, quasi euro 11 miliardi di crediti in essere del totale di euro 67 miliardi in portafoglio alle società di factoring vedono come debitori enti del settore pubblico. Sono ben 33 mila le imprese cedenti attive che fanno ricorso al factoring per il proprio capitale circolante, per il 47% piccole e medie imprese.

Sono ben 33 mila le imprese cedenti attive che fanno ricorso al factoring per il proprio capitale circolante, per il 47% piccole e medie imprese

La formula pro-soluto: la più scelta e la più sicura.

La formula più gradita è quella del pro-soluto. Nel 2018, le operazioni pro-soluto costituivano il 76% delle operazioni totali.

Nel 2018, le operazioni pro-soluto costituivano il 76% delle operazioni totali¹.

Con molti vantaggi: la cessione pro-soluto di un credito ha ingenti benefici sul bilancio di un’azienda cliente: nulla costa di più di un pagamento mancato, che rischia di prosciugare liquidità. L’azienda che sceglie la cessione del credito pro-soluto trasferisce alla società di factoring il rischio di insolvenza del debitore. Esistono varie formule di pro-soluto: la cessione domestica, che viene maggiormente utilizzata da aziende che producono beni o servizi e la cessione import / export diretta.

L’impatto sui KPI

I cedenti hanno quindi vantaggi a livello di key performance indicators: una riduzione dei day sales outstanding, il miglioramento dei flussi di cassa operativi e del free cash flow from operations. La riduzione del capitale circolante netto migliora anche gli indici di redditività dell’attivo; in particolare, il return on invested capital. I rapporti relativi all’indebitamento sono anche favorevolmente impattati poiché l’aumento della liquidità disponibile riduce la posizione finanziaria netta.

La soluzione ottimale per le imprese

La monetizzazione continuativa dei crediti è ormai adottata dalle imprese con intenti molto variegati: assicurativi, finanziari, contabili e gestionali. Anche la gestione dei crediti è inoltre trasferita all’acquirente, liberando talento che può concentrarsi sul core business dell’impresa invece che essere intrappolato in un perenne inseguimento degli incassi e dei creditori. La cessione pro-soluto si sta affermando come una soluzione completa ai problemi di gestione del capitale circolante delle aziende piccole e grandi.

  1. Assifact, Il factoring in cifre, dicembre 2018

Basilea II: una sfida per la crescita delle aziende italiane

12 Giugno 2019 in Finanza e Mercati

Basilea II è l’accordo internazionale che stabilisce i nuovi requisiti patrimoniali per le banche, obbligandole ad accantonare quote di capitale proporzionate al rischio assunto, valutato attraverso lo strumento del rating. Basilea II ha previsto l’aumento al 2% della riserva frazionaria e ha mantenuto il coefficiente di salvaguardia all’8%.

Basilea II ha previsto l’aumento al 2% della riserva frazionaria e ha mantenuto il coefficiente di salvaguardia all’8%.

Il suo obiettivo è agevolare la stabilità finanziaria del sistema bancario. Inevitabilmente, di fatto, Basilea II impone agli istituti di credito una maggiore attenzione al rapporto tra rischio e redditività: gli istituti finanziari diventano cosi’ i vigili della qualità delle aziende. Gli istituti di credito devono infatti accantonare quote di capitale più che proporzionali al rischio assunto.

L’effetto sulle PMI

Gli effetti dei nuovi regolamenti non hanno tardato a farsi sentire. Dal 2007 al 2019, i finanziamenti, sia a breve che a lungo termine, sono crollati del 34%, passando da un totale di Euro 174 a 130 miliardi.

Dal 2007 al 2019, i finanziamenti sia a breve che a lungo termine sono crollati del 34% passando da un totale di 174 a 130 miliardi di euro.

Inoltre, il tasso di interesse medio applicato alle PMI si attesta al 3,1% p.a. rispetto al tasso applicato alle grandi imprese, che si aggira intorno all’1,8% annuale. Il punto critico è quindi una possibile restrizione nel finanziamento bancario alle piccole e medie imprese: gli imprenditori con minore qualità creditizia vedono un effetto di compressione delle loro capacità di indebitamento in un circolo vizioso che inibisce la crescita.

Il tasso di interesse applicato alle PMI che si attesta al 3,1% rispetto al tasso applicato alle grandi imprese intorno all’1,8%.

La riduzione del rischio passa dal reinvestimento dei profitti, dall’apertura all’equity di terzi e da un’attenta gestione del capitale circolante per evitare la sottocapitalizzazione dell’impresa. Le aziende che saranno in grado di gestire le risorse finanziarie e ad aprirsi a nuove fonti di finanziamento costruendo una struttura finanziariamente più solida saranno pronte a cogliere le opportunità per garantirsi per una crescita stabile.

Le PMI italiane? Sottocapitalizzate

Se confrontiamo le piccole e medie imprese italiane con quelle di altri paesi europei, ne emerge un dato: le PMI italiane risultano posizionate a un livello di capitalizzazione e di partecipazione ai mercati dei capitali generalmente più basso. L’Italia registra la più bassa incidenza di capitalizzazione di borsa delle proprie imprese finanziarie e non finanziarie rispetto al PIL (36,8% a maggio 2018).

L’Italia registra la più bassa incidenza di capitalizzazione di borsa delle proprie imprese finanziarie e non finanziarie rispetto al PIL (36,8% a maggio 2018).

In Europa, le imprese tedesche hanno una capitalizzazione di borsa pari al 61,5% del PIL, le imprese francesi al 106,5% e le spagnole al 67,8%.

Una sfida per crescere

Basilea II e le sue evoluzioni sono una sfida che può diventare un’opportunità per aiutare le aziende a consolidarsi in vista di una crescita stabile. La creazione di un mercato dei capitali sano e vivace passa per il rafforzamento della struttura di capitale delle aziende e per l’ottimizzazione dei flussi di cassa. E la capacità di competere a livello internazionale dipende -anche e sempre di più- dalla credibilità e dalla solidità dei bilanci delle nostre aziende.

  1. OECD, Financing Smes and Entrepreneurs 2019, Rapporto 2019
  2. Assolombarda, Finanziare le imprese in Italia e in Europa: Analisi delle normative, dei nuovi canali di finanziamento e delle best practice europee, Rapporto 3/2019, 2019