La Legge di Bilancio 2021 estende il periodo di efficacia dei ruling internazionali

24 Marzo 2021 in Finanza e Mercati, Fisco, News Finanza/Economia Italiane

La Legge di Bilancio 2021 (comma 1101) ha potenziato il ruling internazionale (o Advance Pricing Agreement). Il legislatore ha infatti previsto la possibilità di far retroagire l’accordo tra il contribuente e l’Amministrazione Finanziaria ai periodi d’imposta ancora accertabili.

Cos’è un ruling internazionale?

Le imprese con attività internazionale possono sottoscrivere accordi preventivi con l’Agenzia delle Entrate, al fine di predeterminare alcuni elementi dell’obbligazione tributaria quali:

  • Il metodo di calcolo del valore normale dei prezzi di trasferimento ( 110, comma 7 del TUIR);
  • L’attribuzione di utili e perdite ad una stabile organizzazione;
  • La sussistenza dei requisiti che configurano una stabile organizzazione ( 162 del TUIR); e
  • L’applicazione di norme, anche di origine convenzionale, concernenti l’erogazione o percezione di passive income (dividendi, interessi e royalties).

La Legge Finanziaria 2021 ha modificato l’art. 31-ter del D.P.R. 600/1973, che disciplina la procedura del ruling internazionale.

Quali erano i termini di efficacia pre Legge di Bilancio 2021?

Il ruling internazionale vincola le parti, salvo mutamenti nelle circostanze di fatto e di diritto che lo caratterizzano, per il periodo d’imposta nel quale è stato sottoscritto e nei quattro periodi successivi. Fanno eccezione gli accordi sottoscritti a seguito di una procedura amichevole prevista dalle convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni. In questi casi, l’accordo è vincolante anche negli anni precedenti la stipula, ma non oltre l’anno di presentazione dell’istanza.

Quali sono i termini di efficacia post Legge di Bilancio 2021?

A seguito della Legge di Bilancio 2021, il novellato art. 31-ter distingue i ruling internazionali a seconda che si tratti di:

  • Accordi unilaterali: il contribuente può far retroagire l’accordo a tutti i periodi d’imposta per cui i termini dell’accertamento (ai sensi dell’art. 43 del D.P.R. 600/1973) non siano ancora scaduti, a condizione che:
    • le circostanze di fatto e di diritto alla base dell’accordo ricorrano per uno o più dei periodi di imposta precedenti alla stipulazione;
    • non siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di accertamento delle quali il contribuente abbia avuto formale conoscenza.
  • Accordi bilaterali e multilaterali conclusi con le autorità competenti di stati esteri a seguito di procedure amichevoli previste dalle convenzioni internazionali contro la doppia imposizione: è possibile far retroagire l’accordo a tutti i periodi d’imposta per cui i termini dell’accertamento (ai sensi dell’art. 43 del D.P.R. 600/1973) non siano ancora scaduti, alle condizioni sopra elencate e, in aggiunta:
    • se il contribuente ne abbia fatto richiesta nell’istanza di accordo preventivo; oppure
    • se le autorità competenti di Stati esteri hanno acconsentito ad estendere l’accordo ad annualità precedenti.

Quali strade dovrà percorrere il contribuente se sarà necessario modificare il comportamento precedentemente adottato?

Se necessario, il contribuente effettuerà il ravvedimento operoso o presenterà dichiarazione integrativa (art. 2, comma 8, del D.P.R. 322/1998) senza applicazione delle eventuali sanzioni.

La presentazione di una dichiarazione integrativa è propedeutica alla correzione di errori o omissioni che abbiano determinato l’indicazione sia di un maggiore che di un minore debito d’imposta (o credito d’imposta).

L’accesso alla procedura di ruling internazionale ha un costo?

Si. A seguito della Legge di Bilancio 2021, in caso di accordi preventivi bilaterali o multilaterali, l’ammissibilità dell’istanza è subordinata al versamento da parte del contribuente di una commissione. Tale commissione è pari ad EUR 10.000, EUR 30.000 o EUR 50.000, a seconda del fatturato complessivo del gruppo cui il contribuente appartiene.

Non sono previste, invece, commissioni in caso di accordo unilaterale.

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Brexit e rimborsi IVA – ultime settimane per presentare le istanze di rimborso IVA

15 Marzo 2021 in Finanza e Mercati, Fisco

L’IVA è generalmente un’imposta “neutrale” per gli operatori economici. Talvolta il particolare tipo di attività svolto può determinare l’insorgenza di rilevanti crediti nei confronti dell’Erario che senza una efficiente procedura di rimborsi da parte delle amministrazioni finanziarie possono seriamente compromettere la razionale gestione del capitale circolante e della posizione di cassa delle società.

A tal scopo è stata emanata la Direttiva 2008/9/CE (recepita dal legislatore italiano con l’art. 38-bis.1 del D.P.R. 633/1972) che regola l’iter della richiesta di rimborso per i soggetti passivi UE che maturano un’eccedenza d’imposta in altro Stato Membro.

Le richieste di rimborso da parte di soggetti passivi stabiliti fuori dall’Unione Europea, invece,  soggiacciono alla procedura meno favorevole delineata dalla Direttiva 86/560/CEE (recepita dal legislatore italiano con l’art. 38 ter del D.P.R. 633/1972).

In questo contesto, la fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione Europea presenta nuove sfide per quelle società che, pur non essendo stabilite in Italia, effettuano operazioni soggette ad IVA tali per cui si trovano in posizione creditoria nei confronti del fisco italiano.

Quale procedura potevano instaurare soggetti passivi UK, al fine di ottenere un rimborso IVA dall’Amministrazione Finanziaria italiana, prima di Brexit?

In applicazione della Direttiva 2008/9/CE, un soggetto passivo stabilito in uno Stato Membro può presentare istanza ― nello Stato Membro di stabilimento ― per ottenere il rimborso dell’eccedenza IVA versata in qualsiasi altro Stato Membro (“Stato Membro di rimborso”). Le condizioni propedeutiche all’accesso di tale procedura sono relativamente semplici, infatti:

  • L’eventuale possesso di una partita IVA nello Stato Membro di rimborso non pregiudica l’accesso del soggetto passivo a tale procedura;
  • Non è necessario che i due Stati Membri abbiamo sottoscritto alcun accordo bilaterale.

L’erogazione del rimborso avviene in tempi mediamente più brevi per questi soggetti, anche grazie al monitoraggio effettuato dalla Commissione Europea. 

Cosa cambia con Brexit?

Con la fuoriuscita del Regno Unito dall’UE, i soggetti passivi stabiliti in UK che vantano un credito IVA nei confronti dell’Erario italiano non potranno più ottenerne il rimborso tramite la procedura di cui alla Direttiva 2008/9/CE. Le domande di rimborso UE, per effetto dell’art. 51, terzo comma, dell’Accordo di recesso del Regno Unito dall’Unione Europea, possono essere presentate (secondo la procedura di cui Direttiva 2008/9/CE) entro e non oltre il 31 marzo 2021 con riferimento al periodo d’imposta 2020.

Cosa succederà in futuro?

Il rimborso dell’IVA versata da soggetti inbound dal Regno Unito sarà regolato dalla direttiva 86/560/CEE.

Tale Direttiva concede agli Stati Membri la facoltà di subordinare il diritto al rimborso del soggetto passivo extra-UE alla concessione da parte dello Stato di stabilimento di diritti analoghi (c.d. clausola di reciprocità). Ad oggi, né l’Italia né l’Unione Europea hanno sottoscritto accordi di questo tipo con il Regno Unito.

I soggetti passivi UK non avranno diritto al rimborso dell’IVA versata in Italia ― e viceversa ― con riferimento agli acquisti di beni e servizi effettuati a partire dal 1° gennaio 2021, salvo stipula di diversi accordi.

E’ alto il rischio che le tempistiche di erogazione dei rimborsi IVA si dilatino anche qualora (come auspicabile) si dovesse giungere ad una specifica intesa.

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Bonus Fiscali in edilizia: proroga della comunicazione di cessione del credito o sconto in fattura.

9 Marzo 2021 in Finanza e Mercati, Fisco

Quale è il termine per presentare la Comunicazione per la cessione del credito?

Save the date: Il 31 marzo 2021 scade il termine ultimo per la presentazione all’Agenzia delle Entrate della “Comunicazione dell’opzione relativa agli interventi di recupero del patrimonio edilizio, efficienza energetica, rischio sismico, impianti fotovoltaici e colonnine di ricarica” (cd. “Comunicazione”) relativa alle spese (detraibili) sostenute nell’anno d’imposta 2020.

Vista e considerata la mole delle attività e degli adempimenti connessi in materia di detrazioni fiscali in edilizia, e al susseguirsi dei molteplici chiarimenti di prassi, su proposta degli addetti ai lavori (operatori, consulenti e relative associazioni di categoria) l’Agenzia delle Entrate ha emanato un nuovo provvedimento n. 51374 del 22 febbraio 2021, concedendo una proroga di 15 giorni, facendo cosi slittare il termine ultimo dal 16 marzo al 31 marzo 2021.

Si ricorda che negli scorsi mesi, in attuazione del comma 7 dell’art. 121 del D.L. 34/2020  (cd. “Decreto Rilancio”) era stato emanato il provvedimento n. 283847 dell’8 agosto 2020 (successivamente modificato dal provvedimento, n. 326074 del 12 ottobre 2020) per definire le modalità di esercizio delle opzioni contemplate nel citato articolo, mediante la trasmissione telematica del Modello di Comunicazione, approvato con suddetto provvedimento.

Cosa dispone l’art. 121 del Decreto Rilancio?

Il legislatore, con l’art. 121 del Decreto Rilancio, ha introdotto due modalità di fruizione delle detrazioni fiscali in “edilizia” in materia IRPEF/IRES, alternative alla fruizione naturale della detrazione, ovvero quella dello scomputo (in sede di presentazione della dichiarazione dei redditi) della detrazione dall’imposta lorda sul reddito. Le modalità alternative consistono nella scelta di fruire, in luogo della detrazione, di:

  • un contributo sotto forma di sconto sul corrispettivo che viene anticipato dal fornitore che ha effettuato gli interventi agevolati (detraibili) e che viene da questi recuperato sotto forma di credito d’imposta, utilizzabile in compensazione, di importo pari alla detrazione che sarebbe altrimenti spettata al beneficiario;
  • cedere a terzi un credito di imposta, corrispondente all’ammontare della detrazione altrimenti spettante, che viene poi utilizzato in compensazione dal cessionario.

In aggiunta a ciò, è possibile optare per una cessione (sconto in fattura) anche “parziale”, ragion per cui una parte del beneficio fiscale permane come detrazione in capo al beneficiario originario, che è libero di utilizzare una parte (rata) della detrazione in dichiarazione e cedere la parte residua. Viceversa, nel caso di cessione del credito, quest’ultima può essere esercitata esclusivamente per l’intero ammontare della corrispondente detrazione.

Chi sono i soggetti tenuti alla trasmissione della Comunicazione?

La comunicazione deve essere trasmessa (telematicamente) dal

  • soggetto beneficiario della detrazione (possessore o detentore), per gli interventi sulle singole unita’;
  • amministratore di condominio, per gli interventi sulle parti comuni o uno dei condomini nei c.d. condomini “minimi”.

E in caso di mancata trasmissione, cosa succede?

Il mancato invio della comunicazione nei termini e con le modalità previste dal provvedimento 283847/2020 al prf. 4.9, rende l’opzione inefficace nei confronti dell’Agenzia delle Entrate. Pertanto, sembrerebbe preclusa la “remissione in bonis” (art. 2, D.L. 16/2012) applicabile invece in relazione alla comunicazione all’ENEA per i lavori di efficientamento energetico degli edifici. Tale istituto, consente l’accesso al beneficio purché il soggetto inadempiente effettui la comunicazione entro il termine di presentazione della prima dichiarazione utile e versi la sanzione amministrativa di euro 250 (art. 11, comma 1, D.lgs. 471/1997).

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Recessione economica in arrivo?

15 Settembre 2019 in Finanza e Mercati

È allarme recessione? Siamo abituati a parlare di “recessione” per indicare un momento in cui l’economia di un paese si trova in difficoltà, ma in realtà il termine ha un significato macroeconomico più circoscritto, che può essere utilizzato correttamente solo in determinati scenari.

La recessione è l’opposto della crescita economica, cioè lo sviluppo di un paese in diversi settori con aumento della ricchezza, dei consumi, della produzione di beni e di servizi.

A definirla è stato l’economista Julius Shiskin che nel 1974, in un articolo pubblicato sul New York Times, suggerì di prendere in considerazione l’andamento del PIL in due trimestri consecutivi: se il dato è negativo, allora ci si trova in una fase di recessione.

La recessione economica è imminente?

Pare che stia arrivando una nuova recessione economica, o meglio, sia già imminente.

In fin dei conti, gli esperti di macroeconomia ritengono che ci sia sempre una nuova recessione in atto: “il punto è che nessuno sa quando arriverà”.

Ogni economia capitalistica segue un trend ciclico costituito dall’alternarsi di momenti di crescita e di momenti di calo e di stagnazione.

Sono trascorsi poco più di dieci anni dall’ultima crisi, la grande recessione globale del biennio 2008-2009, e molti economisti ritengono che manchi poco all’arrivo della prossima.

Cosa si attendono gli esperti? Molti studiosi di macroeconomia prevedono che la prossima recessione economica sarà molto probabilmente un evento traumatico e imprevedibile.

Dopo una serie di episodi verificatisi nelle ultime settimane, ad alcuni ricercatori, la nuova recessione sembra addirittura già in atto o appena iniziata.

L’indicatore più allarmante per l’economia italiana è il rallentamento della Germania, la potenza economica più grande dell’Unione Europea e una tra le economie più virtuose.

Secondo gli ultimi dati ufficiali, nel secondo trimestre del corrente anno il PIL tedesco si è contratto dello 0,1 per cento rispetto al primo trimestre.

Ciò fa prevedere che nel 2019 il PIL tedesco crescerà probabilmente dello 0,5%, contro lo 0,9% stimato precedentemente e l’1,5% dello scorso anno.

Quali sono le cause che hanno portato a questo scenario macroeconomico poco roseo? Una delle cause principali di questo rallentamento economico è il trend negativo che sta vivendo il commercio globale a causa della guerra dei dazi tra i due giganti commerciali USA e Cina.

Dopo la Cina, il Presidente statunitense Donald Trump, alla vigilia del G7 di Biarritz, è tornato a minacciare dazi sui prodotti europei importati in America, soprattutto sulle auto dei brand del Vecchio Continente.

Trump guerra dazi

Il rischio di una guerra commerciale fra Stati Uniti d’America e continente europeo allarma le imprese che temono gli effetti negativi sul commercio e sulla crescita globale.

In fin dei conti, il commercio “a stelle e strisce” rappresenta per l’Europa probabilmente il più importante flusso di scambi e da esso dipende una parte significativa del surplus commerciale.

Si pensi che nonostante ci siano stati alcuni tentativi per aumentare la domanda domestica, l’economia della Germania dipende dalle esportazioni.

Come riporta l’Economist, quasi la metà del PIL tedesco è legato a ciò che il paese riesce a esportare, a fronte del 30 per cento del Regno Unito e del 12 per cento del PIL statunitense.

La guerra commerciale in atto e i rischi della Brexit potrebbero impattare negativamente sugli affari delle piccole e medie industrie tedesche.

Inoltre, non dimentichiamo che hanno inciso anche le nuove regole sui test per le emissioni delle nuove automobili sul rallentamento della superpotenza economica tedesca.

I vincoli normativi hanno complicato notevolmente la produzione e la commercializzazione di nuovi veicoli, con una riduzione del fatturato del settore automobilistico, tra i più importanti per l’economia della Germania.

Le previsioni economiche tedesche non sono per niente positive e l’instabilità della Germania ha un impatto determinante anche su tutti i paesi del Vecchio Continente, Italia in primis.

Il Belpaese, infatti, ha già avuto una breve e leggera recessione tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019: il comunicato stampa dell’ISTAT riporta quanto segue: “Nel quarto trimestre del 2018 si stima che il prodotto interno lordo (PIL), […] sia diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e sia aumentato dello 0,1% in termini tendenziali”.


Tasso di crescita PIL italiano dal 2007 al 2017 (Fonte Dati: Banca Mondiale)

Diamo per scontata una nuova contrazione del PIL italiano, […] il dato positivo è che non dipende da noi: la Cina, la Germania, che è il nostro primo paese per l’export. Dobbiamo guardare con entusiasmo alla crescita economica e siamo fiduciosi che nel corso del 2019 raggiungeremo gli obiettivi che ci siamo prefissi”, ha sottolineato Conte.

Sulla contrazione del PIL italiano pesano le incertezze internazionali particolarmente per i timori per l’economia globale derivanti dalle potenziali conseguenze di una guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti.

Sul caso italiano incidono anche alcuni fattori tipici legati alla crisi di Governo ed alle decisioni che potrebbero avere sui conti pubblici delle casse italiane e sul sistema bancario.

Come sarà la prossima recessione?

A spiegarlo è lo stesso Economist: “a dieci anni dalla crisi del 2008, la prossima fase del ciclo economico è imminente e non manca molto prima che il mondo debba fronteggiare una nuova recessione globale”.

economist recession

È quanto riporta l’Economist: “[…] è improbabile che la prossima recessione sia devastante come quella del 2008-2009 (la più grave dagli anni Trenta), ma non per questo bisogna restare sereni”.

Purtroppo, il Vecchio Continente, gli USA e il Giappone sono impreparati a fronteggiare una crisi economica, anche di piccole dimensioni.

Se nel biennio 2008-2009 la crisi scoppiò nelle banche di Wall Street, secondo il settimanale, la prossima crisi nascerà con ogni probabilità sui mercati emergenti.

La domanda che si pone l’Economist è: cosa faranno le banche centrali se dovesse scoppiare una nuova recessione? I tassi sono già al minimo e non possono essere ridotti ulteriormente.

A prescindere dalla soluzione adottata per stimolare l’economia, il problema è il suo costo politico e l’Unione Europea è ancora una volta la zona più vulnerabile, a causa delle resistenze crescenti a fare nuove spese.

Soluzioni alla crisi economica: come superare le avversità?

Il momento preciso di manifestazione della prossima crisi economica è sconosciuto, ma molti degli effetti sono già conosciuti: aumento dei crediti commerciali di difficile esigibilità, diminuzione degli ordinativi e redditività dei business in diminuzione.

La cessione dei crediti è una delle possibili difese cui sempre più imprese fanno ricorso rivolgendosi a società specializzate preposte all’acquisto ed alla riscossione di crediti. Il valore di un bilancio leggero aiuta a ridurre il rischio di rifinanziamento e, una volta trovato un acquirente per i propri crediti, i vantaggi a breve termine sono l’immediata liquidità ottenuta dalla vendita del credito e la diminuzione dei costi di recupero e gestione degli stessi.

Investimenti ESG: 73% meglio di quelli tradizionali

18 Giugno 2019 in Finanza e Mercati

La sostenibilità sta meritatamente trovando spazio all’interno degli investment criteria degli asset managers. Si incominciano a vedere i primi risultati.

Sostenibilità non solo ambientale, ma etica, sociale, di governance e finanziaria. Una parola che oggi ha trovato lo spazio che merita. E fa bene all’economia ed al rendimento.

Sono USD 220 miliardi investiti in oltre duecento fondi di investimento ad impatto sociale, uno scenario che cambia anche i rapporti e le scelte strategiche delle aziende.

Oltre a migliorare la reputazione delle società, la sostenibilità sta divenendo un aspetto premiante delle attività produttive. Includere nella costruzione e gestione del portafoglio i fattori ESG (Environmental, Social and Governance) produce effetti che sembrano ripagare a lungo termine.

Gli investimenti in ESG hanno avuto una crescita del 70% nell’ultimo triennio.

L’Europa è seconda solo agli Stati Uniti in termini di investimento sostenibile. Oltre alla salute finanziaria di una società, oggi emerge un nuovo metro di valutazione al quale gli azionisti sembrano molto attenti: la “ESG-proficiency”.

Le imprese sostenibili sono premiate dagli investitori, anche perché il mancato rispetto dell’ambiente ha costi -diretti ed indiretti- sempre più elevati. Le assicurazioni sono state negativamente impattate dai disastri ambientali (la cui frequenza è in aumento), ad esempio.

Uno studio tra Banor SIM e il Politecnico di Milano ha dimostrato che fra rating ESG e performance economica c’è un rapporto proporzionale, ovvero le società con alto rating ESG sono in media più competitive. Morningstar, in un recente studio realizzato da Dan Lefkovitz, ha analizzato alcuni benchmark proprietari confrontandoli con quelli tradizionali ed ha evidenziato che i primi battono i secondi con un tasso di successo del 73% ed hanno una minor volatilità: investono in aziende più solide, più competitive e con bilanci migliori.

Gli approcci ESG

Enviromental, Social, and Governance. Un approccio di lungo periodo che genera asset che hanno come obiettivi di investimento l’ambiente, il benessere della società e le pratiche di governance. Investitori sensibili prima di tutto ai rischi derivanti dal cambiamento climatico, l’emissione della CO2 e le nuove sfide dell’energia “green”.

Ma anche al benessere della società, ai diritti dell’uomo e del lavoro. I fattori ESG creano diverse strategie d’investimento collettivo in base agli obiettivi, ad esempio:

  • SRI: Fondi a responsabilità sociale, usare una strategia che esclude settori di investimento (ad esempio le armi e il tabacco), ma il legame rendimento-impatto sulla società e ambiente non è collegato;
  • Fondi impact investing: una strategia di investimento dove i risultati finanziari portano un contributo alla società (ambiente, diritti).

La pressione dell’opinione pubblica sta spingendo società finanziarie ed istituzioni ad aggiornare il proprio business.

Morningstar, ad esempio, ha deciso di utilizzare il termine ESG per indicare una nuova metodologia di rating dei fondi che ha l’obiettivo di valutare come una determinata società di gestione si approccia alle questioni ambientali, sociali e di governance.

L’ONU, da parte sua, ha promosso, nel 2006, i PRI (principles for responsible investment) che sono stati sottoscritti con accordo volontario da 1380 società dell’industria finanziaria per USD 59 mila miliardi di asset in gestione nel 2015. I temi ESG diventano così parte dei processi di investimento.

Investimenti sostenibili e crediti “green”

Oggi il dualismo tra l’investitore solo attento ai guadagni e il promotore di investimenti delle “buone azioni” è superato. Gli investimenti in sostenibilità sono aumentati anche tra gli investitori che in passato sono stati meno attenti a queste tematiche e rappresentano il 2% del totale.

La finanza può avere un ruolo fondamentale a vantaggio della sostenibilità fornendo capitale alle imprese che seguono la strada dell’economia circolare e, di conseguenza, sostenendo la salute del pianeta. Anche acquistando crediti per supportare la produzione di energia rinnovabile.

2R Capital, ad esempio, ha gestito la cessione di crediti legati alla produzione di energia rinnovabile e alla riduzione dell’impatto ambientale delle attività produttive per oltre euro 200 milioni. Investire nella direzione giusta può realmente conciliare la rendita, il benessere della società e la sostenibilità.

La cessione pro-soluto: liberarsi dal rischio di insolvenza e ottenere liquidità immediata

13 Giugno 2019 in Finanza e Mercati

Il factoring: un mercato in crescita che muove in Italia oltre euro 240 miliardi

In Italia, Il factoring è un mercato in grande crescita. In 8 anni, è passato da euro 140 miliardi a euro 240 miliardi, con una crescita nel 2018 dell’8,32%. Il nostro paese detiene il 14% del mercato europeo.

In Italia, il factoring vale euro 240 miliardi; l’Italia vale il 14% del mercato europeo

A livello globale, il factoring muove circa euro 2.730 miliardi, con una crescita media negli ultimi 10 anni di oltre il 7% p.a. Ad aprile di quest’anno, l’incremento è stato del 15,6% rispetto allo stesso mese dell’anno passato. In Italia, quasi euro 11 miliardi di crediti in essere del totale di euro 67 miliardi in portafoglio alle società di factoring vedono come debitori enti del settore pubblico. Sono ben 33 mila le imprese cedenti attive che fanno ricorso al factoring per il proprio capitale circolante, per il 47% piccole e medie imprese.

Sono ben 33 mila le imprese cedenti attive che fanno ricorso al factoring per il proprio capitale circolante, per il 47% piccole e medie imprese

La formula pro-soluto: la più scelta e la più sicura.

La formula più gradita è quella del pro-soluto. Nel 2018, le operazioni pro-soluto costituivano il 76% delle operazioni totali.

Nel 2018, le operazioni pro-soluto costituivano il 76% delle operazioni totali¹.

Con molti vantaggi: la cessione pro-soluto di un credito ha ingenti benefici sul bilancio di un’azienda cliente: nulla costa di più di un pagamento mancato, che rischia di prosciugare liquidità. L’azienda che sceglie la cessione del credito pro-soluto trasferisce alla società di factoring il rischio di insolvenza del debitore. Esistono varie formule di pro-soluto: la cessione domestica, che viene maggiormente utilizzata da aziende che producono beni o servizi e la cessione import / export diretta.

L’impatto sui KPI

I cedenti hanno quindi vantaggi a livello di key performance indicators: una riduzione dei day sales outstanding, il miglioramento dei flussi di cassa operativi e del free cash flow from operations. La riduzione del capitale circolante netto migliora anche gli indici di redditività dell’attivo; in particolare, il return on invested capital. I rapporti relativi all’indebitamento sono anche favorevolmente impattati poiché l’aumento della liquidità disponibile riduce la posizione finanziaria netta.

La soluzione ottimale per le imprese

La monetizzazione continuativa dei crediti è ormai adottata dalle imprese con intenti molto variegati: assicurativi, finanziari, contabili e gestionali. Anche la gestione dei crediti è inoltre trasferita all’acquirente, liberando talento che può concentrarsi sul core business dell’impresa invece che essere intrappolato in un perenne inseguimento degli incassi e dei creditori. La cessione pro-soluto si sta affermando come una soluzione completa ai problemi di gestione del capitale circolante delle aziende piccole e grandi.

  1. Assifact, Il factoring in cifre, dicembre 2018

Basilea II: una sfida per la crescita delle aziende italiane

12 Giugno 2019 in Finanza e Mercati

Basilea II è l’accordo internazionale che stabilisce i nuovi requisiti patrimoniali per le banche, obbligandole ad accantonare quote di capitale proporzionate al rischio assunto, valutato attraverso lo strumento del rating. Basilea II ha previsto l’aumento al 2% della riserva frazionaria e ha mantenuto il coefficiente di salvaguardia all’8%.

Basilea II ha previsto l’aumento al 2% della riserva frazionaria e ha mantenuto il coefficiente di salvaguardia all’8%.

Il suo obiettivo è agevolare la stabilità finanziaria del sistema bancario. Inevitabilmente, di fatto, Basilea II impone agli istituti di credito una maggiore attenzione al rapporto tra rischio e redditività: gli istituti finanziari diventano cosi’ i vigili della qualità delle aziende. Gli istituti di credito devono infatti accantonare quote di capitale più che proporzionali al rischio assunto.

L’effetto sulle PMI

Gli effetti dei nuovi regolamenti non hanno tardato a farsi sentire. Dal 2007 al 2019, i finanziamenti, sia a breve che a lungo termine, sono crollati del 34%, passando da un totale di Euro 174 a 130 miliardi.

Dal 2007 al 2019, i finanziamenti sia a breve che a lungo termine sono crollati del 34% passando da un totale di 174 a 130 miliardi di euro.

Inoltre, il tasso di interesse medio applicato alle PMI si attesta al 3,1% p.a. rispetto al tasso applicato alle grandi imprese, che si aggira intorno all’1,8% annuale. Il punto critico è quindi una possibile restrizione nel finanziamento bancario alle piccole e medie imprese: gli imprenditori con minore qualità creditizia vedono un effetto di compressione delle loro capacità di indebitamento in un circolo vizioso che inibisce la crescita.

Il tasso di interesse applicato alle PMI che si attesta al 3,1% rispetto al tasso applicato alle grandi imprese intorno all’1,8%.

La riduzione del rischio passa dal reinvestimento dei profitti, dall’apertura all’equity di terzi e da un’attenta gestione del capitale circolante per evitare la sottocapitalizzazione dell’impresa. Le aziende che saranno in grado di gestire le risorse finanziarie e ad aprirsi a nuove fonti di finanziamento costruendo una struttura finanziariamente più solida saranno pronte a cogliere le opportunità per garantirsi per una crescita stabile.

Le PMI italiane? Sottocapitalizzate

Se confrontiamo le piccole e medie imprese italiane con quelle di altri paesi europei, ne emerge un dato: le PMI italiane risultano posizionate a un livello di capitalizzazione e di partecipazione ai mercati dei capitali generalmente più basso. L’Italia registra la più bassa incidenza di capitalizzazione di borsa delle proprie imprese finanziarie e non finanziarie rispetto al PIL (36,8% a maggio 2018).

L’Italia registra la più bassa incidenza di capitalizzazione di borsa delle proprie imprese finanziarie e non finanziarie rispetto al PIL (36,8% a maggio 2018).

In Europa, le imprese tedesche hanno una capitalizzazione di borsa pari al 61,5% del PIL, le imprese francesi al 106,5% e le spagnole al 67,8%.

Una sfida per crescere

Basilea II e le sue evoluzioni sono una sfida che può diventare un’opportunità per aiutare le aziende a consolidarsi in vista di una crescita stabile. La creazione di un mercato dei capitali sano e vivace passa per il rafforzamento della struttura di capitale delle aziende e per l’ottimizzazione dei flussi di cassa. E la capacità di competere a livello internazionale dipende -anche e sempre di più- dalla credibilità e dalla solidità dei bilanci delle nostre aziende.

  1. OECD, Financing Smes and Entrepreneurs 2019, Rapporto 2019
  2. Assolombarda, Finanziare le imprese in Italia e in Europa: Analisi delle normative, dei nuovi canali di finanziamento e delle best practice europee, Rapporto 3/2019, 2019